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Pubblicità per idioti: l’arte millenaria di ridurre le donne a packaging

9 set
Tempo di lettura: 6 min

Introduzione:

Sessismo e fotografia pubblicitaria

La fotografia, come ogni espressione artistica e mezzo di comunicazione visiva, non è esente dal riprodurre gli stereotipi e le disuguaglianze presenti nella società. Uno degli aspetti più indignanti e urgenti da eliminare è il maschilismo e il sessismo che, per decenni, hanno colonizzato l’immagine pubblicitaria sotto le mentite spoglie della creatività. Questo articolo non usa mezzi termini: raccogliamo e analizziamo alcuni degli annunci pubblicitari più sessisti di tutti i tempi, veri e propri monumenti al patriarcato visivo che hanno commercializzato di tutto, dalle cravatte agli hamburger, passando per la vodka e gli pneumatici, sempre a spese del corpo e della dignità delle donne.



1. Van Heusen – "Show her it's a man's world" (anni ’50)


Un classico del disprezzo avvolto nel cellophane commerciale. L’immagine mostra una donna inginocchiata, intenta a servire docilmente la colazione al marito. Il messaggio? "Show her it’s a man’s world". Più che vendere cravatte, questo annuncio pretendeva di chiarire chi comanda e chi serve nella scena domestica.


«Mostrale che questo è un mondo di uomini» (anni ’50). Van Heusen
«Mostrale che questo è un mondo di uomini» (anni ’50). Van Heusen

2. Tipalet Cigarettes – «Blow in her face and she’ll follow you anywhere» (anni ’70)


Maschilismo travestito da seduzione. Questo annuncio propone che soffiare fumo in faccia a una donna sia una tecnica infallibile per sottometterla. La donna come essere privo di volontà, in balìa del respiro di un uomo. Un’immagine che riassume il disprezzo con cui la rappresentazione femminile è stata storicamente concepita nella pubblicità.


«Soffiale in faccia e ti seguirà ovunque» (anni ’70). Tipalet Cigarettes
«Soffiale in faccia e ti seguirà ovunque» (anni ’70). Tipalet Cigarettes

3. Mr. Leggs Pants – «It’s nice to have a girl around the house» (anni ’60)


Una donna trasformata letteralmente in un tappeto. Non è una metafora: l’annuncio la mostra a terra, trascinata per le caviglie. Poche immagini sono state così graficamente violente nel loro disprezzo per la donna. Qui, l’oggettificazione si trasforma in un brutalissimo literalismo.


«È bello avere una ragazza in casa» (anni ’60). Mr. Leggs Pants
«È bello avere una ragazza in casa» (anni ’60). Mr. Leggs Pants

4. Goodyear – «If your husband ever finds out…» (1961)


Uno pneumatico e un avvertimento: «Se tuo marito lo scopre…». Così iniziava questa campagna di Goodyear rivolta alle donne, con un messaggio chiaro e inquietante: meglio cambiare la ruota senza che lui lo sappia. Perché, se lo scopre, ci saranno conseguenze.

Questo annuncio non si limita a rafforzare l’idea che la donna sia goffa, incompetente o estranea al mondo dell’automobile. Va oltre: normalizza la paura come parte del rapporto coniugale, suggerisce che il controllo maschile sia legge e che la punizione sia un esito prevedibile.

È un ritratto agghiacciante del ruolo femminile nella pubblicità dell’epoca: passività, obbedienza e senso di colpa. E se oggi può sembrarci caricaturale, ciò che inquieta è che questo tipo di discorso sia stato, per anni, parte dello schema pubblicitario dominante.

Uno pneumatico può salvare vite. Ma questa campagna — al contrario — legittima una narrazione di sottomissione che nessun marchio avrebbe mai dovuto alimentare.


«Se tuo marito lo venisse mai a sapere» (1961). Goodyear
«Se tuo marito lo venisse mai a sapere» (1961). Goodyear

5. Belvedere Vodka – «Unlike some people, Belvedere always goes down smoothly» (2012)


L’immagine mostra una donna che cerca di divincolarsi mentre un uomo la tiene stretta da dietro. Il testo, «A differenza di alcune persone, Belvedere scende sempre senza problemi», stabilisce un inquietante parallelismo: ciò che la vodka riesce a fare, a quanto pare, lei no.

Il messaggio non lascia spazio a interpretazioni: suggerisce una scena di violenza sessuale, trattata con tono complice e umoristico. Non è provocazione. È banalizzazione della violenza.

Trasformare la resistenza di una donna in una battuta per vendere alcolici non è soltanto una pessima scelta creativa. È una grave mancanza di etica. Una campagna che ha oltrepassato ogni limite — e non certo per audacia, ma per irresponsabilità.


«A differenza di alcune persone, Belvedere scende senza problemi» (2012). Belvedere Vodka
«A differenza di alcune persone, Belvedere scende senza problemi» (2012). Belvedere Vodka

6. American Apparel – Diverse campagne (anni 2000)


Dietro la facciata di un’estetica «alternativa» o «hipster», American Apparel ha costruito un catalogo di sfruttamento adolescenziale. Corpi dall’aspetto quasi infantile in pose esplicite, genitali e seni come punti focali, il tutto con un’estetica volutamente amatoriale. Pornografia mascherata da pubblicità, sotto il pretesto di essere cool.


Pubblicità American Apparel
Pubblicità American Apparel

7. Tom Ford – Campagne pubblicitarie di profumi (2007-2012)


Tom Ford ha trasformato il corpo femminile in un cartellone pubblicitario di lusso. Flaconi di profumo tra le cosce, sopra seni nudi o tenuti da mani maschili. La sua idea di sofisticatezza consisteva nel ridurre la donna a un supporto di vetro e fragranza.

Sebbene questa campagna di Tom Ford sia stata particolarmente controversa all’epoca, esempi recenti dimostrano che l’oggettificazione del corpo femminile nella pubblicità è ancora molto presente, come si può vedere in questa analisi degli annunci più sessisti del 2024 pubblicata da Cadena SER.


«Tom Ford per uomini». Campagna pubblicitaria dei profumi Tom Ford
«Tom Ford per uomini». Campagna pubblicitaria dei profumi Tom Ford

8. BMW – «You know you're not the first» (2012)


Ufficialmente parla di auto usate, ma il doppio senso è evidente: paragona una donna a un veicolo di seconda mano.

Non è arguto. È maschilismo avvolto in un’ironia di basso livello.

L’annuncio suggerisce che il valore di una donna, proprio come quello di un’auto, dipenda da quanti «proprietari» ha avuto. Una visione degradante, che perpetua la logica della donna come oggetto di consumo con una data di scadenza.

Che un marchio come BMW ricorra a un messaggio di questo tipo non è provocatorio, è semplicemente irresponsabile. La pubblicità si evolve, ma il sessismo, quando si traveste da umorismo, tende a rimanere.


«Sai che non sei il primo» (2012). BMW
«Sai che non sei il primo» (2012). BMW

9. Dolce & Gabbana – Scena di apparente abuso di gruppo (2007)


Una donna sdraiata, immobilizzata da un uomo, mentre diversi altri osservano. Questa immagine, parte di una campagna di moda, evoca visivamente una scena di dominazione sessuale collettiva.

Il problema? Non è ciò che la modella ha acconsentito a fare sul set, ma ciò che l’immagine comunica. Nella pubblicità non vediamo la realtà, vediamo simboli. E questo simboleggia disuguaglianza, sottomissione e violenza estetizzata.

Non c’è ironia, né critica, né un contesto che inviti alla riflessione. Solo una scena che trasforma la violenza in linguaggio di marca.

Non è arte. È marketing. E quando, per vendere una fragranza, bisogna rappresentare l’oppressione come qualcosa di desiderabile o aspirazionale, non siamo di fronte a una provocazione estetica, ma a un’irresponsabilità visiva.


Campagna pubblicitaria di Dolce & Gabbana (2007)
Campagna pubblicitaria di Dolce & Gabbana (2007)

10. Burger King – «It’ll blow your mind away» (2009)


Una donna con la bocca aperta, posizionata di fronte a un hamburger con un’angolazione chiaramente fallica. Il testo completa l’offesa. Una pubblicità che trasforma la fellatio in una battuta per vendere fast food. Sessismo travestito da umorismo, una delle forme più codarde del maschilismo grafico.


«Ti lascerà a bocca aperta» (2009). Burger King
«Ti lascerà a bocca aperta» (2009). Burger King

Conclusione


Questi annunci non sono incidenti né errori di valutazione. Sono prodotti deliberati di un’industria che, per decenni, ha saputo esattamente come manipolare i corpi femminili per vendere, rafforzare gli stereotipi e perpetuare le gerarchie. La fotografia pubblicitaria non è stata soltanto testimone del maschilismo: ne è stata un’alleata attiva. E anche se può sembrare una questione del passato, la pubblicità contemporanea continua a riprodurre stereotipi maschilisti, come viene illustrato in questo articolo di RTVE.


La critica non può essere tiepida di fronte a questi esempi. Bisogna chiamare le cose con il loro nome, denunciare e decostruire queste immagini con audacia. Se vogliamo trasformare la cultura visiva, dobbiamo capire che ogni immagine sessista pubblicata senza conseguenze è una porta aperta alla normalizzazione dell’abuso e della disuguaglianza. La soluzione non è la censura: sono la consapevolezza, l’educazione visiva e l’etica creativa, come viene efficacemente argomentato in questa risorsa didattica.


Perché non si tratta soltanto di campagne pubblicitarie sbagliate: si tratta di come viene costruito l’immaginario di ciò che vale una donna. E per troppo tempo questo valore è stato misurato in carne, sottomissione e silenzio.


Riflessione finale: l’oggettificazione nell’era digitale


Viviamo in un’epoca in cui i confini tra emancipazione e oggettificazione sono diventati più sfumati che mai. I social network, le piattaforme visive e la cultura dell’autoesposizione hanno dato vita a una nuova dinamica: ora non è sempre un marchio o un pubblicitario a oggettificare, ma a volte è la persona stessa davanti alla telecamera. Donne e uomini pubblicano immagini in cui replicano estetiche sessiste, alla ricerca di like, approvazione o visibilità.


Persona che si filma per i social network
Persona che si filma per i social network

Questo fenomeno non è casuale: è il risultato di decenni di condizionamento visivo, di un immaginario collettivo che ha associato il valore personale all’apparenza e alla sessualizzazione. Quando l’industria smette di imporre determinate immagini, il mercato le ha già interiorizzate a tal punto che le persone finiscono per riprodurle autonomamente.


Non si tratta di criticare la libera espressione del corpo né l’uso del corpo come strumento artistico o comunicativo. Si tratta di interrogarsi sulla provenienza di queste scelte, sugli immaginari che le sostengono e sul fatto che nascano davvero da un desiderio personale o da uno sguardo che abbiamo imparato a fare nostro. La cultura visiva contemporanea richiede, oggi più che mai, un’alfabetizzazione critica e una riflessione profonda su ciò che mostriamo e sul perché lo mostriamo.





 
 
 

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